SU LA SCUOLA CATTOLICA DI EDOARDO ALBINATI: SECONDA PARTE.

L’identità maschile, lo stereotipo e la violenza

La scuola cattolica ci parla di una tragedia moderna che ha le sue radici in un passato mai superato, quello che Lea Melandri, citando il titolo di un suo libro, definisce L’infamia originaria.3 Se mai c’è da chiedersi se ci sia una possibile catarsi alla fine del romanzo se Albinati sia riuscito a raggiungerla. Per introdurre  la tematica centrale del romanzo, parto dal capitolo quinto, dove il Narratore affronta il mito della virilità maschile in crisi, messa in discussione da cambiamenti di costume che si erano affacciati già a metà degli anni ’60: i capelloni, per esempio, un primo passo verso la femminilizzazione del maschile che proseguirà negli anni successivi.

Tale processo, che avvenne prima di tutto nel costume, influirà su tutti i comportamenti sociali, ma susciterà anche processi reattivi che riguarderanno sia la cultura di destra sia quella di sinistra. Pasolini non amava i capelli lunghi, ma specialmente non li amava la cultura comunista profonda del Pci che rispetto a tali cambiamenti di costume si troverà spesso in difficoltà quando i movimenti di quegli anni e poi il femminismo porteranno in primo piano nel dibattito politico la riforma del diritto di famiglia e la contestazione dell’assolutezza della patria potestà, il divorzio, l’autodeterminazione sul proprio corpo, l’interruzione della gravidanza. Proprio rispetto all’identità maschile in crisi il romanzo di Albinati pone diverse domande in modo a volte più drammatico in altre più leggero, interrogandosi prima di tutto rispetto all’oggetto emblema di tale identità, cioè il pene:   

È infatti l’identità sessuale maschile a risultare goffamente sovrabbondante piuttosto che quella femminile manchevole. Il pene non è qualcosa di cui le donne sono mutilate, ma che gli uomini si ritrovano in più, e che li accompagnerà tutta la vita, come un saprofita, un inquilino niente affatto segreto che si comporta in modo stravagante vivendo un’esistenza parassitari e parallela a quella del suo vero ospite.

La contro teoria letteraria di Albinati, rispetto a una vulgata freudiana che andrebbe a dir poco ridimensionata e messa in relazione con quanto Freud stesso dirà e scriverà nell’ultima parte della sua vita a proposito del godimento femminile e altro, non si limita a sottolineare alcuni aspetti ridicoli della mitologia intorno al pene, ma ne ricorda la fisiologia stravagante di cui gli uomini sono ben coscienti ma di cui non amano parlare. Proprio il discuterne, invece e in modo esplicito, è uno dei meriti del romanzo di Albinati, che diventa ancor più crudo nel brano che segue:

Il cazzo è duro finché, dopo il rapporto sessuale, si ammoscia. In verità lo era anche prima del rapporto… ma quello che colpisce è sempre il dopo, come la domanda su cosa ci sarà dopo al morte spaventa sempre di più di quella su cosa ci fosse prima della vita. Comunque lo si metta il sesso è svigorente. …. Tutto ciò ha un’evidenza plastica: con l’amore da rigido e robusto, il corpo si fa languido tenero, rilasciato, molle, come appunto quello di una donna.

Il sesso sarebbe allora nient’altro che una trappola tesa dalla donna all’uomo per svilirlo. … Insieme all’attrazione, i maschi provano sempre un vago terrore o ripugnanza per l’intimità, temono quella con le femmine e di desiderarla nei confronti di altri maschi, una pulsione scandalosa che va repressa. Pag 153.

In questo passaggio, lo scrittore sovrappone un dato tanto ovvio da apparire ridicolo – che il pene è normalmente non eretto e non solo dopo il coito – collegandolo alla paura della morte con un accostamento che è al tempo stesso irritante quanto altrettanto ovvio, perché è proprio questo il nesso occulto ma non troppo che si cela dietro le paure e i miti. Albinati crea un corto circuito che va al cuore del problema: la paura della fragilità che, come vedremo nei passaggi successivi, fa scattare la molla della violenza:   

Anche se non lo confesseranno mai, i maschi hanno una paura atavica del sesso, del contatto con l’altro sesso; il timore originario che ne hanno è almeno pari alla curiosità e al desiderio. 164… Eppure l’invidia verso il femminile resta fortissima, e non si trova modo di porvi rimedio. L’unica è ricorrere a una brutale compensazione… E una legge già vista: quando l’angelo di Dio si prende l’anima allora il diavolo s’impadronirà del corpo. Siccome è sempre la donna a dare inizio, l’uomo per ripicca si usurpa il diritto di porre fine, ponendosi così all’estremità opposta della vita, dove gli antichi immaginavano vegliassero comunque divinità femminili. Pag 166.

Questa è anche la ragione per cui spesso i maschi giovani cercavano in una donna esperta (a volte semplicemente immaginandolo), un’iniziazione sessuale che altrimenti li impaurisce. È così nel capitolo ottavo del libro dove entra in scena il personaggio della signora Arbus. Bella e affascinante quarantenne, seduttiva quanto basta e consapevole di esserlo – ma forse soltanto nell’immaginazione dell’alter ego di Albinati – incarna nel romanzo un archetipo che ancora in quegli anni poteva conservare una funzione che oggi sembra sfumata perché, con l’emancipazione femminile diffusa, è diventata troppo reale e possibile per essere solo immaginata. Più che non il complesso edipico era proprio la rassicurazione che una figura simile poteva rappresentare, in cui si annidava la ragione profonda del fascino: era pur sempre il modo immaginario di ricongiungersi alla madre, da un lato, ma dall’altro la possibilità di essere iniziati al sesso da una donna adulta, di sicura esperienza, ma anche protettiva, capace di affrontare eventuale defaillances. Prevaleva l’edipo, oppure l’altra prerogativa, affidata in tempi ancora anteriori alle visite ai bordelli?    

Il cerchio si chiude quando dallo stereotipo linguistico alla violenza il passo diventa più breve di quanto non si pensi. Del resto, se andiamo ai primordi della filosofia greca, è facile constatare come l’invidia del femminile e di ciò che, secondo una narrazione in buona parte fantasmatica, esso rappresenta, si trovano nelle parole di Platone, ma anche in una certa mitologia ed esaltazione astratta del femminile, che è il rovescio della medaglia di una reale squalificazione nel mondo reale, come vedremo meglio in altre parti del romanzo.   

Pag 313. È dunque con lo stupro che ci si libera di colpo di questa ipoteca. Il rapporto forzato ha tutte altre finalità, ….  quello che ci si assicura usando violenza a una donna di sicuro esorbita dal piano sessuale, avrà forse una porzione minima in comune con un rapporto consenziente, il resto deve essere diverso, specifico, connesso piuttosto all’esercizio della forza in quanto tale, sottomissione della volontà altrui alla propria, all’umiliazione di chi la subisce, insomma il piacere specifico che deriva dal potere.

La violenza ha un rapporto assai labile con il soddisfacimento sessuale perché il suo punto nevralgico sta nella volontà di sopraffazione, nell’esercizio di un potere di sottomissione.

Il delitto del Circeo fu tutto questo e lo fu in modo emblematico perché i tempi erano già cambiati: perciò esso divenne lo specchio nel quale era possibile vedere la questione della violenza sulle donne nella sua profondità storica e antropologia e al tempo stesso sulla superficie dei tempi. Che nesso c’è fra il terminale estremo, la violenza pura e semplice nelle sue forme più efferate e la trama di stereotipi linguistici e non che la precedono? Un passaggio assai efficace Albinati lo dedica alla fraternità che il senso comune ascrive facilmente dalla parte dei cosiddetti valori:

Peraltro, nell’affermare il principio della fraternità ci si è scordati di notare la sua origine di alleanza difensiva e offensiva, cioè, fondamentalmente, di distinzione fra un “noi “ e un “loro”. La fraternità universale è un ossimoro o un’astrazione … nel mondo reale di fraternità ce ne sono molte e in permanente conflitto fra loro, dato che sono sorte proprio per questo; per difendere i propri fratelli. Non per niente il sentimento di fraternità, poeti e scrittori ci hanno insegnato che nasce perlopiù in stato di guerra, al fronte, in trincea … tra le fazioni maschili che si combattono a sangue (poniamo gli hooligans a seguito delle squadre di calcio), passa comunque cento volte più somiglianza che differenza. E infatti spesso ci si riconosce reciprocamente … quando muore un ultra quelli delle altre squadre gli rendono onore. Il vero scarto è fra una banda di uomini e di donne, più ancora accentuata quella fra una banda di uomini e una donna. Pag. 771.

Un modo assai noto del mondo maschile di contenere le pulsioni più violente e disordinate sono gli sport e la palestra. Il Narratore ne frequenta una insieme ad Arbus. L’incontro con l’istruttore è emblematico. L’uomo, alle prese con un manipolo di giovani maschi da istruire, esordisce in questo modo:

L’uomo è una bestia, la donna un’opera d’arte.  Pag. 215.

L’ars retorica contenuta in questa sentenza è ben nota: l’esaltazione astratta e iperbolica del femminile è presente in tutta la letteratura occidentale fin dai primordi, tanto da essere a sua volta uno stereotipo che allontana, piuttosto che avvicinare, la donna. Porre qualcuno o qualcosa su un piedestallo così elevato significa infatti, prima di tutto, distanziare l’oggetto da sé e farlo diventare una sorta di idolo: niente altro che un’operazione di difesa, cui segue quasi spontaneamente il desiderio di volerlo abbattere, come prima o poi accade con tutti gl’idoli. L’idolatria del femminile è uno degli ingredienti che nutrono la misoginia e una rappresentazione particolarmente drammatica di questa ambivalenza, ma forse sarebbe meglio dire corto circuito, si trova nella poesia di Baudelaire. Drammatica perché, pur appartenendo alla tradizione misogina, il poeta demolisce prima di tutto la falsità del linguaggio della courtoisie rivelandone il suo rovescio.

Nel romanzo di Albinati l’ironia leggera svolge la stessa funzione, ma i tempi sono cambiati, ci vuole poco a mettere alla berlina una falsità ormai conclamata e infatti, in fin dei conti, è un istruttore di palestra a farsi portavoce di una forma ideologica cui non crede più nessuno. Tuttavia, all’ars retorica dell’esaltazione astratta del femminile ha fatto sempre da contrappeso, anche in letteratura, il suo opposto reale:

Un uomo può disporre del corpo femminile in quattro modi: pagando le donne per le loro prestazioni, visionando la loro immagine nuda o abbigliata in  foto e filmati, seducendole, sequestrandole. Tra queste quattro modalità che sembrano in alternativa fra loro, ci sono in realtà sottili legami …. Pag. 805….quando viene ritrovato il cadavere di un uomo, quasi sempre è vestito, quando ne viene ritrovato uno di donna , il più delle volte è nudo. … pag. 807.  


3 L’infamia originaria (1977), è uno dei primi e dei più importanti testi teorici del femminismo italiano. Il lavoro di Lea Melandri, che nasce dall’esperienza della rivista L’Erba Voglio, è una critica che investe al tempo stesso l’ordine economico e quello sessuale che, “si implicano e si sostengono reciprocamente”.

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