JACK KEROUAC DALLA LETTERATURA AL MITO

Premessa

Questo che segue è il testo scritto di una conferenza che ho tenuto a Celle Ligure per il centenario della nascita di Jack Kerouac, nell’ambito dell’estate cellese organizzata dall’Amministrazione comunale e presentata dall’Assessore alla cultura Giorgio Siri.

Parlare di Kerouac è complicato perché non c’è linguaggio artistico che egli non abbia toccato nella sua frenetica bulimia. Tuttavia, è la narrativa che fa di lui quello che è e dunque è ad essa che sarà rivolta la mia attenzione.  Kerouac considerò le sue opere un’unica lunga autobiografia che voleva intitolare La leggenda di Duluoz.  Come si colloca il suo percorso nella tradizione statunitense del romanzo?

Il ‘900 statunitense è stato per lungo tempo monopolizzato da due diverse schiere di autori e intellettuali. Alla prima, la più numerosa, appartengono quelli che si sentivano orfani dell’Inghilterra, dell’Europa intera o dell’Africa, se erano di colore. Tendenzialmente ripudiavano tutti, in modi più o meno netti, le loro radici statunitensi: o perché le sentivano già tradite (è il caso di Pound), oppure perché si sentivano sradicati in una nazione che non possedeva una storia e tanto meno una storia culturale. Quanto ai neri, mai entrati nell’American dream, molti di loro sognavano di ritornare nelle terre d’origine: l’intellettuale e attivista politico nero più autorevole del primo ‘900 – Du Bois – pensava che il ritorno in Africa fosse il destino naturale della popolazione di africana. Questo però valeva anche per i bianchi. Un episodio illuminante può chiarire quanto sto dicendo ben più che le mie stesse parole. Quando nel 1916, il Governo degli Usa scelse momentaneamente la neutralità piuttosto che entrare in guerra a fianco dell’Inghilterra, Henry James rifiutò la nazionalità americana e optò per quella inglese. In sostanza, dopo ben oltre cento anni dalla proclamazione dell’Indipendenza, il più grande romanziere statunitense del suo tempo si sentiva più inglese che statunitense! James è solo la punta dell’iceberg: Eliot, nato nel Missouri, scelse l’Inghilterra come patria letteraria d’adozione e lì nasceranno i suoi capolavori a cominciare dalla Waste Land, pubblicata nel 1922. Insieme a lui Pound, con l’aspirazione a una poesia universale, poi Hemingway perennemente in fuga dagli Usa e forse anche da se stesso. Infine l’ossessione erotico sentimentale di Henry Miller, che lo portò nei bordelli di Parigi come si ritorna a una grande madre. Opposta alla schiera degli orfani ce n’era un’altra in formazione ma ancora silente. Sarebbe esplosa più tardi e il suo esponente di primo piano era William Carlos Williams. È la schiera dei nativi, che rivendicavano, a differenza dei primi, la loro appartenenza alla cultura statunitense. I maggiori interpreti, a parte Williams, erano perlopiù romanzieri: William Faulkner, John Dos Passos, John Steinbeck. Molti di loro, e non è un caso, venivano dal sud, perché infondo è proprio nella terra dei Confederati sconfitti che gli umori profondi della società americana si sono formati: fra schiavismo e scontri razziali, ma anche nella lontananza culturale da New York, da Washington e dallo stato federale. Alcuni film memorabili – a parte Via col vento – hanno rappresentato assai bene tali atmosfere., uno in particolare: Pomodori verdi fritti alla fermata dell’autobus.  

Kerouac è fra i primi narratori a non appartenere più alle due schiere: in lui coesistono in modo spontaneo e non ragionato – i programmi sono lontani dalla mentalità di Kerouac – elementi che appartengono o all’una o all’altra delle due schiere: l’originalità, però, non va cercata negli elementi stilistici che Kerouac ruba un po’ ovunque, ma nel mix. Il suo stile ritmato e immediato, che cerca di imitare l’oralità, chiamato dallo stesso Kerouac prosa spontanea,  ha ispirato numerosi artisti e scrittoridella Beat Generation e anche Bob Dylan, ma non si può definire originalissimo in sé: gli esperimenti di scrittura automatica di Breton negli anni ’30 sono precedenti.

Dalla schiera degli orfani Kerouac prende il nomadismo, anche lui si vive come uno sradicato, ma con una profonda differenza: è un nomade ma negli Usa. Viaggerà molto anche all’estero, ma non c’è in lui il mito di un altrove come era per Hemingway e gli altri e lo vedremo bene in un libro considerato minore ma importante: Satori in Paris. Nel sentirsi statunitense assomigliava molto di più agli appartenenti alla seconda schiera con una grande differenza però e cioè che lui è un uomo del nord. La sua prosa, per esempio, si può considerare jazzistica, ma si tratta di un jazz che ha ascoltato nelle grandi città del nord e non dove esso è nato nel profondo sud come evoluzione del blues.

La città e la metropoli, pubblicato nel 1950 fu il suo primo romanzo e uno dei pochi che hanno trovato d’accordo pubblico e critica: è un libro molto bello e anche in controtendenza rispetto al cliché che accompagnerà Kerouac e non solo lui dopo la pubblicazione di On the road. Protagonista, è una famiglia di nome Martin, originaria di una provincia immaginaria. Anche questo romanzo è in parte autobiografico nel senso che Kerouac era un provinciale – la sua origine è franco canadese. I Martin hanno una lontana origine irlandese e i cinque ragazzi, in particolare, rappresentano diversi aspetti della personalità di Kerouac medesimo. Dicevo prima che si tratta di un romanzo in controtendenza perché solitamente gli sradicati e i nomadi tipici della letteratura statunitense, anche quelli precedenti successivi a On the road, a ripresi recentemente anche nel film Nomadland della regista cino statunitense Chloe Zhan si perdono sulle strade e nei non luoghi anche naturali degli Stati Uniti, invece i Martin invece si perdono a New York, la metropoli evocata nel titolo del romanzo è proprio la Grande Mela. Il romanzo segue le peripezie dei cinque fratelli: sullo sfondo il rapporto padre e figlio ma specialmente un flusso narrativo che ne fa anche il romanzo di un viaggio interiore, un atteggiamento anche questo in contrasto con la febbrile e superficiale frenesia che contraddistingue sia On the road sia un altro fra i suoi romanzi più estremi e cioè the Subterraneans, I sotterranei. In quest’ultimo, in particolare, Kerouac porterà all’estremo certe caratteristiche della sua prosa spontanea: presa diretta sugli eventi, tendenza all’oralità, rarefazione della punteggiatura.

Nel 49’ Kerouac scoprì la filosofia di Thoreau e a fine maggio, partì per Denver, dove affittò una baracca di legno, cercando di vivere alla maniera del filosofo, cioè nella solitudine della natura. Anni dopo ripeterà la stessa esperienza sul Monte Hozomeen. Questa seconda volta rinunciò anche alle droghe, ma la solitudine non gli diede la serenità sperata. Tenne come d’abitudine un diario, intitolato Desolation in Solitude di scarso valore letterario.

Ho ricordato questi due episodi della sua caotica biografia, assai difficile da seguire, perché ci portano a un altro aspetto della sua opera, il rapporto con i grandi spazi e la natura debordante del continente americano. L’esperienza di immersione nella natura fu fallimentare da un punto di vista personale, però il tentativo di trovare in essa un alveo di salvezza si ripresenterà in un altro fra i suoi romanzi più significativi e cioè Big Sur ma sarà è pure un tramite che ci traghetta alla terza tematica centrale della sua opera, quella religiosa, in oscillazione continua fra cattolicesimo e buddismo. Quest’ultimo lo scoprì nel 1954 e fu un’immersione frenetica, cercò di studiare il più possibile come fece sempre quando scopriva qualcosa di nuovo; il  più delle volte poteva abbandonare un percorso con la stessa velocità con cui lo aveva abbracciato, ma non nel caso del buddismo. La sintesi di questo percorso fu il romanzo I vagabondi del Dahrma, il secondo che trovò giudizi favorevoli sia nel pubblico sia di critica.

Il 1955 fu un anno decisivo per la Beat Generation e anche di svolta nella vita di Kerouac. Il 7 ottobre, in una ex officina ribattezzata Six Gallery, Allen Ginsberg lesse per la prima volta in pubblico Howl, Urlo. Kerouac era presente alla storica serata e questo rinsaldò il loro rapporto. Ginsberg, la vera mente del movimento insieme a Ferlinghetti, seppe convogliare l’interesse persino dell’Accademia sulla poetica beat. Nell’ottobre 1956 Ginsberg lasciò San Francisco per raggiungere Kerouac a Città del Messico e da qui tornarono a New York, dove la Grove press stava per pubblicare I sotterranei. Ginsberg ebbe un ruolo di primo piano anche nella pubblicazione di On the road che Kerouac aveva già finito di scrivere agli inizi degli anni ’50, ma che nessun editore voleva pubblicare. Finalmente lo fece  la Vicking Press.  Il 5 settembre 1957 Gilbert Millstein scrisse sul New York Times che il libro era una vera e propria opera d’arte.Tre giorni dopo invece David Dempsey, sempre sul New York Times, scrisse che pur essendo originale, leggibile e divertente, il romanzo mancava di una cornice solida e la strada non portava da nessuna parte. Invece, i giovani lettori furono attratti dalle avventure che si narrano e ritrovavano il senso di libertà che si prova a percorrere i grandi spazi d’America, inseguendo il sogno americano. Lo stile è quello del grande romanzo statunitense di formazione: ricche descrizioni, visioni di paesaggi desolati e senso di libertà fortemente individualistico.  Elementi che per molti critici ricordavano Mark Twain e che contribuirono a mitizzare Kerouac.La fama improvvisa spinse gli editori a contendersi qualunque scritto dell’autore, richiedendoli tutti i manoscritti che in precedenza erano state respinti nel corso degli anni. Il successo, però, fu anche l’inizio del suo declino. Non si può dire, però, che fosse lui l’artefice del successo, anzi proprio il contrario. La sua vita era talmente estrema che in definitiva Kerouac non era neppure un buon imprenditore di se stesso, poteva tiranneggiare chi gli stava vicino e  in particolare le donne, ma non era in grado di gestire la propria vita, tanto che anni dopo quando insieme al successo crebbe anche il conto in banca, era la madre Gabrielle ad amministralo, ci voleva sempre la doppia firma per ritirare soldi. Quando entrò nell’ennesima e profonda crisi decise di tornare a Lowell la piccola città in cui era nato, dove incontrò Stella Sampas, sorella di Alex, suo amico di infanzia morto durante la guerra. Decise di prendersi cura di Jack e di sua madre, diventando la sua terza moglie. La tormentò come tormentò tutte le altre donne della sua vita ma almeno quando lui morì i diritti d’autore andarono a lei e alla sua famiglia.

Nel giugno del 1965, la Grove Press pagò a Kerouac le spese di una trasferta in Francia, sperando che in questo modo trovasse nuovi stimoli narrativi, ma nulla andò come previsto: Satori in Paris è la cronaca di questo fallimento. A Parigi e poi in Bretagna  alla ricerca delle origini della sua famiglia, non fece che vagabondare come sempre. Il romanzo tuttavia è importante perché segna la distanza che lo separa da Miller o dagli altri autori che erano fuggiti dagli Stati Uniti nella prima metà del secolo cercando rifugio e in un’Europa spesso mitizzata. La Parigi di Kerouac è oscura e ostile.

Ritornato a New York, Jack e la madre si trasferirono nuovamente, nel marzo del 1966, questa volta a Hyannis, vicino a Cape Cod. Gabrielle venne colpita da un ictus che le paralizzò il lato sinistro del corpo a causa del frequente abuso di alcolici a cui si era abbandonata pure lei.

IL MITO E LA FINE

La divaricazione fra il successo di pubblico, le stroncature da parte della critica e le continue crisi dovute a ogni genere di eccessi segnarono gli ultimi anni di vita di Kerouac che, questo gli va riconosciuto, non fece tuttavia nulla per creare il suo mito. La Beat Generation veniva costantemente paragonata alla Lost Generation degli anni ’30, anche se non tutti erano d’accordo. Venivano descritti come dei rivoluzionari, addirittura, campioni di libertà nei confronti  dei poteri costituiti e altro ancora. Nelle numerose interviste Kerouac non solo non confermò mai questo cliché ma affermò proprio il contrario definendosi per esempio: uno strano solitario pazzo mistico cattolico. Alle frequenti domande che gli rivolgevano sul Buddismo lui rispondeva dicendo che si sentiva affascinato sia da misticismo cristiano sia da quello buddista e zen, aggiungendo però di essere un fedele seguace di Teresa di Lisieux e san Francesco d’Assisi e che considerava il Nirvana buddista simile al Paradiso cristiano.  Sarebbe un errore pensare che dicesse tutto questo per suscitare interesse o farsi pubblicità: nella sua ingenuità e anche confusione quello era il suo pensiero. Quando venne in Italia e gli fu posta una domanda sulla guerra nel Vietnam rispose candidamente che condivideva le ragioni degli Stati Uniti: subissato di fischi fu addirittura e invitato a una cena nell’ambasciata statunitense.

In che cosa consiste allora il suo mito di rivoluzionario, come è possibile che esso continuasse a esistere anche a dispetto di tutto? Penso che occorra distinguere bene due aspetti di tale mito: fuori dagli Usa, in Italia per esempio, esso influenzò superficialmente la generazione che si affacciava alla vita adulta e alla politica in quegli anni: eravamo tutti un po’ hippies! Una critica importante come Fernanda Pivano ebbe di certo un ruolo nel veicolare lui e gli altri della Beat Generation. In qualche modo ne fui testimone, ma va pure detto che quando iniziarono le lotte studentesche e poi operaie, i riferimenti divennero assai presto altri e della Beat Generation ci si dimenticò assai in fretta. Negli Stati Uniti, il loro mito cominciò a infrangersi quando un critico, David Widgery, a seguito di un’intervista rilasciata da Kerouac a Penthouse, scrisse un famoso articolo – tradotto successivamente anche in Italia nelle edizioni Mille lire di Baraghini – il cui titolo dice tutto:

Sareste mai scappati di case se aveste saputo che Kerouac visse tutta la vita con la sua mamma?  

Tuttavia, non è possibile evitare una domanda più radicale? Perché quella generazione di sbandati, anche a dispetto di loro stessi, interpretò il disagio di un’intera generazione di giovani bianchi statunitensi, in maggioranza maschi? Una risposta possibile la troviamo se spostiamo lo sguardo dalla letteratura al cinema e a un attore-mito di quegli anni, James Dean, morto prematuramente in un incidente d’auto: il protagonista de Il Gigante e specialmente di Gioventù bruciata  un titolo più ambiguo dell’originale inglese – The rebels without a cause. Ribelle senza causa è una definizione che calza a pennello per Kerouac e per altri della Beat Generation, anche se va stretta a due di loro e cioè Ginsberg e Ferlinghetti. I ribelli senza causa non sanno contro che cosa si ribellano e per che cosa lo fanno, un ritratto perfetto per Kerouac. I giovani bianchi che s’identificarono con loro avevano le loro buone ragioni: usciti dalla guerra ed entrati subito in un’altra, con addosso la paura del conflitto nucleare con l’Unione sovietica e altro ancora, quei giovani del dopoguerra furono la prima generazione che vide incrinarsi il cosiddetto sogno americano. Nel pieno degli anni ’60, tuttavia, quando cominciarono le lotte per i diritti civili e le manifestazioni contro la guerra del Vietnam assunsero valenze anticapitalistiche anche negli Usa, altri protagonisti balzarono in primo piano e molti di loro erano neri, anche in letteratura: James Baldwin, Leroy Jones che modificò il suo nome in Amira Baraka, Audree Lord e la futura premio  Nobel  della letteratura Toni Morrison. Tutti autori e autrici di ben altra statura cui possiamo aggiungere Cormac McCarthy e Salinger. Infine, Mohammed Alì Cassius Clay, il pugno di Carlos alle Olimpiadi messicane del ’68, Joan Baez e Bob Dylan. Furono quegli uomini e quelle donne i protagonisti maggiori di una stagione di attivismo politico, di lotte sociali per i diritti civili. Soltanto Ginsberg e Ferlinghetti possono essere traghettati dall’esperienza precedente a quella successiva: il primo per la sua maggiore consapevolezza politica – fu lui a scrivere La caduta dell’America – libro assai profetico, il secondo perché la sua opera di editore e organizzatore di cultura diede alla Beat Generation un respiro che senza di lui non avrebbe avuto: la City Lights Boookshop di San Francisco è ancora oggi un presidio di cultura democratica negli Usa.

PER CONCLUDERE   

Cosa rimane di quell’eredità e di quella generazione? Sicuramente alcune opere: i due migliori romanzi di Kerouac – La città e la metropoli e I Vagabondi del Dahrma,  Sulla strada perché è impossibile farne a meno aldilà del suo valore letterario, infine Howl e Kaddish di Ginsberg. Gli altri appartenenti al gruppo non hanno lasciato segni altrettanto decisivi, tuttavia la lettura dei diari di Diane di Prima, sono assai interessanti per ricostruire il quadro d’ambiente e anche perché si tratta di uno dei pochi casi di testimonianza al femminile. Infine Gregory Corso, che per una decina d’anni scelse l’Italia come luogo d’elezione. Su altri autori, troppo disinvoltamente associati alla Beat Generation, andrebbe fatto un discorso a parte. Mi riferisco in particolare a Gary Snyder, Peter Orlovskj e a William Burroughs.  

Quanto al mito e al sostrato sociale che ne decretò il successo in che modo si è trasformato? Possiamo dire che sia presente nella realtà statunitense di oggi? La modalità genericamente ribellistica che si esprimeva in  quella generazione della fine degli anni ’50 come culto di un eccesso – dalle droghe, all’alcol, al sesso, – che faceva male solo a loro, si è espressa eccome durante la pandemia nelle forme usuali di un’idea di libertà che fa dell’individuo la misura di tutto: è la vecchia idea dei primi coloni, per i quali esistevano solo gli individui e non la società. Quanto al nomadismo, il recente film di Chloe Zahn ce ne offre una versione edulcorata, una sua gestione intelligente. La protagonista femminile del film è una rappresentante di quel ceto medio e bianco, impoverito dalla crisi del 2008, ma che possiede le risorse culturali ed anche economiche per conciliare la stessa idea di libertà in una versione meno estrema: periodi lavorativi intensi ma limitati nel tempo (il modello Amazon), vita nomade e ricorso alla sorella o altri famigliari quando le cose vanno un po’ peggio. La terza componente di questa evoluzione del ribellismo generico è rappresentata oggi dal giovane maschio bianco, spesso suprematista, armato fino ai denti, che ha paura e odia le minoranze culturali e sessuali, ma specialmente i diritti delle donne e dei neri. La Washìngton post ha censito 167 stragi di massa dal 1967 al 2021, le più recenti di Buffalo e poi dei bambini nella scuola del Texas sono solo le ultime in ordine di tempo.

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