IL CAPITALE UMANO: UN FILM DI PAOLO VIRZÌ

Premessa

La lettura di un libro recentissimo Una vita da liberata oltre l’Apocalisse capitalista di Paolo Ciccarelli, pubblicato da Derive Approdi, mi ha ricordato il film di Paolo Virzì di qualche anno fa. Ciccarelli, nel libro, usa l’espressione capitale umano per indicare il degrado non solo linguistico che l’espressione rivela e cui se ne possono aggiungere altre. Nel film possiamo vedere i prodromi di quella che semrpe Ciccarelli definisce come Apocalisse capitalista.   

LO STILE

Il capitale umano di Paolo Virzì, elogiato generalmente dalla critica, a parte la gazzarra scatenata dalla Lega nord, che non rientra nei canoni del giudizio  estetico ma solo in quelli della sotto cultura politica dell’Italia di oggi, non è durato al lungo nelle sale e mi auguro che qualche cinema lo rimetta in programmazione.

L’importanza del film di Virzì sta prima di tutto proprio nel suo valore estetico e nel linguaggio cinematografico che usa, cosa di cui non sempre vale la pena di occuparsi, perché le novità in questo campo sono poche. A questo aggiungerei che il regista livornese, con quest’opera, fuoriesce dai canoni consunti della commedia all’italiana, sebbene ne mantenga qualche traccia in alcuni frammenti del film, per approdare a un’opera più matura e originale che dimostra anche la sua capacità di cambiare e sperimentare. 

Il soggetto è tratto da un romanzo dal titolo omonimo scritto da Stephen Amidon e ambientato nel Connecticut, il cuore dell’America wasp, che Virzì trasferisce liberamente in un nord Italia che spazia dalla Brianza al varesotto; un ambientazione immaginaria dal punto dei vista dei nomi inventati dei paesi, ma in realtà riconoscibilissima anche da un punto di vita paesaggistico. Le colline innevate dove si trovano le ville dei protagonisti ricordano assai paesaggi analoghi della Lombardia a nord di Milano e a ridosso dei confini svizzeri. La sala cinematografica che la signora Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi) ha la velleità di ristrutturare per farne un centro di cultura e arti, potrebbe essere collocata nel centro di Varese.

Il motore da cui prende avvio la narrazione è semplice: un incidente automobilistico, un uomo in bicicletta, investito di notte mentre se ne sta tornando a casa dopo il lavoro: sarà lui il capitale umano di cui stabilire un prezzo.

L’espediente della trama noire si sposa con la strategia compositiva e narrativa di Virzì. Dalla sequenza dell’incidente si passa al giorno dopo e a quelli successivi, quando entrano in scena i personaggi più importanti del film. Appartengono a due famiglie, ma, nel prosieguo della narrazione, tale nucleo centrale si espande a un cerchio più allargato di persone.

Lo spettatore non capisce subito perché la scelta cade su di loro, lo comprenderà strada facendo. Le vite dei protagonisti s’intrecciano istante dopo istante, come dentro un inesorabile gorgo, che farà emergere lentamente, fra le molte altre cose, anche la responsabilità di chi ha provocato l’incidente. Virzì dedica a ciascuno dei personaggi principali altrettante lunghe sequenze, accompagnandoli nella loro vita di tutti i giorni. Tuttavia, il regista livornese non si serve della modalità tipica dei film a episodi (per esempio America oggi di Altman). La tecnica è quella di riproporre, all’interno di ciascuna sequenza dedicata al personaggio in oggetto, alcune scene identiche, ma riprese da inquadrature diverse, che corrispondono ai movimenti diversi dei personaggi, approdando così a una oggettiva e coerente messa in scena che rispetta in modo rigoroso le unità di luogo, tempo e azione. Farò un solo esempio concreto.

Un momento importante del film è quando tutti i personaggi principali confluiscono in una cena sociale alla fine della quale c’è la cerimonia di premiazione di alcuni studenti. Nella sequenza dedicata al primo di loro, un uomo, lo vediamo arrivare sul luogo contemporaneamente a una donna che vi giunge in auto; lei si ferma e scoppia in un pianto dirotto, rimanendo all’interno dell’abitacolo. La macchina da presa riprende l’uomo che, non visto da lei, sbircia all’interno dell’auto, perplesso. Lo spettatore è sorpreso quanto lui perché non sa ancora il motivo del pianto, lo comprenderà solo seguendo la sequenza dedicata alla protagonista femminile. Quando, alla fine di essa, lei giunge alla cerimonia, la macchina da presa, posta all’interno dell’abitacolo, inquadra lei che guida, finché non posteggia e comincia a piangere. Sempre dall’interno dell’auto lo spettatore vede l’uomo che sbircia attraverso il finestrino mentre passa di fianco al veicolo. La scena è la stessa di prima, ma ripresa da due angoli di visuale diversi, che non sono però scelti in base alla soggettività del protagonista – la memoria soggettiva non gioca alcun ruolo nel film – ma mettono al centro la situazione in cui il personaggio si trova coinvolto. Le ragioni del pianto della signora sono assai concrete, ma riportano a un meccanismo quasi impersonale che governa la sua vita così come le altre. Alla fine, lo spettatore arriverà a comporre da solo il mosaico, o l’affresco. La cinepresa di Virzì si muove come un narratore onnisciente, ma lo spazio-tempo in cui si svolgono le vite dei protagonisti mette in evidenza come la relatività delle loro diverse azioni arrivi a disegnare una sintesi che sfugge però a ciascuno di loro preso singolarmente.

Gli antecedenti del film di Virzì si trovano in Kubrick, il primo, forse, a usare una tecnica analoga nel suo secondo film, un noir dal titolo classico Rapina a mano armata. In tempi più recenti lo hanno riproposto l’indimenticabile Yol di Serif Gören e Yilmaz Güney, ma specialmente Before the Rain del macedone Mancevski, infine Underground di Emir Kusturica. Non a caso si tratta di film sulla guerra civile nella ex Jugoslavia, oppure intorno a situazioni sociali drammatiche come nella pellicola del regista turco. Moderne tragedie che il cinema ha saputo spesso raccontare meglio della narrativa. Chi sono i personaggi del film di Virzì?

IL PROFONDO NORD.

Dino Ossola, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, è un uomo cinico, incapace di amare, ignorante e invidioso. L’ex moglie Roberta Morelli, interpretata da Valeria Golino, lo ha lasciato  e cerca in qualche modo di occuparsi della loro figlia Serena –  interpretata da Matilde Gioli – a differenza di Dino, che non capisce nulla delle inquietudini della ragazza, ma pensa solo a usarla come grimaldello per entrare nelle simpatie di Giovanni Bernaschi, interpretato da Fabrizio Gifuni: infatti, la ragazza ha una relazione con il figlio di lui e di Carla Bernaschi, Massimiliano, interpretato da Guglielmo Pinelli. Ossola ha un’agenzia immobiliare i cui affari sono modesti: riuscire a entrare con il proprio capitale nel fondo d’investimento di Giovanni Bernaschi sarebbe per lui il tanto agognato salto di qualità, l’ingresso nel grande giro della finanza, al quale si può accedere solo da una certa cifra in su, che nel caso specifico sono 600.000 euro. Le promesse di guadagni sono peraltro miracolistiche. Ossola è un parvenu senz’arte né parte, un aspirante arricchito; a differenza dell’altro, uno squalo della finanza, un uomo senza scrupoli, che ovviamente sotto sotto disprezza l’immobiliarista.

La moglie di Bernaschi vive nell’ombra del marito e gode di tutti i privilegi in quanto  sua ospite in una gabbia dorata, dalla quale improvvisamente sente il bisogno – del tutto velleitario – di uscire: l’occasione è il salvataggio di un cinema teatro, un bene pubblico che sta andando a pezzi e che lei vuole contribuire a ristrutturare con i soldi del marito. Mette in piedi un gruppo abbastanza male assortito di personaggi che dovrebbero garantire un profilo culturale alla programmazione, ma tutto andrà in fumo perché Giovanni, con lo stesso cinismo con cui aveva promesso i soldi alla moglie per darle un contentino, revoca la promessa quando le cose sembreranno andar male.

I figli delle due famiglie, Serena e Massimiliano, sono ragazzi nevrotici e sbandati: vittime? Certamente sì, ma anche complici, Massimiliano specialmente, che gode anche lui dei benefici della gabbia dorata, dalla quale non riesce a uscire ribellandosi, se non nel modo tipico di tutti i ribelli senza causa e cioè con gli eccessi cosiddetti trasgressivi: l’alcol, i Suv, tutto quell’armamentario consumistico utile a riempire un abissale horror vacui. Serena, introversa e gentile, è certamente più consapevole di lui e alla fine, sarà uno dei personaggi più positivi del film, ma in modo molto relativo perché pure lei ha un rapporto del tutto distorto con la legalità, non sa distinguere fra verità e menzogna, seppure a fin di bene. Il suo rapporto con Massimiliano è senza sbocco, vuole allontanarsi da lui ma ricade sempre nella trappola del ricatto sentimentale e del senso di colpa: pretende di salvarlo dalle sue trasgressioni e infatti, sarà proprio a causa di una notte brava in cui Massimiliano si sente male, che la sua vicenda s’intreccerà fatalmente con quella della vittima dell’incidente.

Ciò che salva Serena in qualche modo è la presenza della madre, che, pur con tutti i limiti ambientali del caso, riuscirà in alcuni momenti decisivi a esserle vicina. È la sua presenza a dare alla ragazza la forza di guardare al di fuori del proprio ambiente e d’incontrare Luca Ambrosini, interpretato da Giovanni Anzaldo. Luca è un altro ribelle senza causa, ma anche senza soldi e lavoro, o meglio con lavori precari e qualche precedente con la legge. Condivide con il rampollo della famiglia Bernaschi tutte le finte trasgressioni della sua generazione di nevrotici conformisti: aspetto da punk, musica rock, un pizzico di cultura da centro sociale, la tossicodipendenza. Serena lo sa, ma il loro rapporto è paradossalmente più sano perché lei non cerca di salvarlo, ma solo di stargli vicino: il loro è un amore fra due disperati, ma non disperato come l’altro.

L’intreccio di vite e situazioni precipita quando Giovanni Bernaschi dice a Dino Ossola che il fondo non sta andando affatto bene e che lui rischia di perdere l’intero investimento di 600.000 euro. Dino cerca di convincerlo a farsi restituire il capitale, ovviamente senza sortire effetto alcuno, né muovere alcun sentimento nell’altro. Su un piano parallelo a questa vicenda si svolge l’altra e cioè le indagini sull’incidente, che si stringono sempre di più intorno a quello che si presume il colpevole e cioè Massimiliano, il figlio dei Bernaschi. Gli indizi a suo carico sono molto gravi, tanto gravi da convincere anche i genitori che così è. Giovanni, venuto a conoscenza della cosa, non si preoccupa affatto del figlio, verso il quale ha parole di disprezzo, ma solo dello scandalo e dei fastidi che ne possono sortire; ma il colpo di scena è dietro l’angolo. Non è lui il responsabile dell’incidente ed è proprio Dino Ossola che lo viene a sapere casualmente: soltanto lui può scagionare il ragazzo raccontando alla polizia quello che sa e questo naturalmente diventa un’arma di ricatto nelle sue mani. La famiglia Bernaschi accetta, anche se il prezzo monetario da pagare  Ossola è alto, ma non più di tanto perché si saprà alla fine che il fondo d’investimento si è ripreso alla grande, grazie a speculazioni ardite.

Non è Giovanni Bernaschi che si presenta all’appuntamento per la transazione finale con Dino Ossola; alla bisogna si presta sua moglie Carla e l’appuntamento avviene proprio in quel cinema diroccato che lei avrebbe voluto ristrutturare. L’umiliazione delle sue aspirazioni velleitarie non è però finita perché tutta la scena fa pensare subito che oltre al prezzo in denaro ce ne sia un altro da pagare, una prestazione sessuale, una richiesta che anche lei si aspetta. È uno dei momenti più drammatici del film, che Virzì risolve a mio avviso in un modo magistrale; ma non dirò nulla su questo come sul colpevole dell’incidente, per non togliere il piacere di scoprirlo a chi il film non lo ha ancora visto. 

Vale la pena di considerare a questo punto la straordinaria interpretazione di tutti gli attori e le attrici di questo film, anche gli esordienti o quasi. Uno dei meriti maggiori della cinematografia italiana non solo contemporanea è proprio questa: potersi avvalere di una recitazione che viene spesso dal teatro come nel caso di Gifuni e Bentivoglio, ma anche di un linguaggio che non è fatto di effetti speciali, ma che si affida alla bravura.

TRE FINALI

Il film di Virzì offre al pubblico tre diversi finali, uno tragico che ha anche a che fare con la spiegazione del titolo, un secondo soltanto drammatico, il terzo più ottimista. Un dramma dunque, quello del regista livornese, che mantiene però, anche nel momento della speranza, un tono amaro e dolente.

Il secondo dei finali avviene durante un grande ricevimento che si svolge a casa dei Bernaschi. Il fondo di investimento è risalito, tutti i clientes di Giovanni, che lo avrebbero volentieri buttato a mare in caso di fallimento, sono di nuovo tutti radunati intorno a lui a ossequiarlo. Si sono salvati anche loro- al prezzo dello sfascio di un intero paese –  e si godono felici il pericolo scampato. È in questo contesto che Carla Bernaschi pronuncia, rivolta al marito che peraltro non se ne cura, una frase che suona al tempo stesso come la verità su ciò che abbiamo visto, ma che dal suo punto di vista, è una pietra tombale messa sulle proprie aspirazioni di donna. Il catering del ricevimento non è molto originale ma dice Carla: avresti potuto dar loro anche cibo per cani e sarebbero venuti lo stesso.

Nel terzo dei finali, la macchina da presa inquadra Luca e Serena, sorridenti e silenziosi, l’uno di fronte all’altra: è il solo squarcio di futuro che s’intravede alla fine del gorgo. È un futuro da disperati anche il loro, ma ha un percorso possibile di riscatto davanti: sono loro due e nell’ombra la madre di Serena, la piccola catarsi che Virzì ci lascia.

Due parole, infine, sui motivi che hanno fatto imbestialire i leghisti all’uscita del film. I personaggi in questione, se visti dal loro lato meno tragico, sono stati presi in giro più volte dai cosiddetti film panettone e da tutto il ciarpame della cosiddetta commedia all’italiana nelle sue forme più degradate. Tali film non hanno mai indignato i leghisti, che anzi ridono a crepapelle di quelle avventure. Qual è la differenza allora? Un conto è rappresentare le macchiette nord italiche, come hanno fatto Renato Pozzetto, Massimo Boldi e altri, un conto è togliere loro la maschera e mostrarne il volto cinico e ferino, razzista e ignorante.  

IL CINEMA ITALIANO CONTEMPORANEO.

Fra le critiche pubblicate sulla carta stampata in occasione dell’Oscar al film di Sorrentino, è emersa qui e là l’idea che il premio fosse stato dato anche per omaggiare la tradizione cinematografica italiana. I meriti ci sono tutti, la settima arte è certamente, fra  quelle contemporanee nostrane, insieme al teatro, di livello buono e talvolta eccellente, a differenza di una letteratura spesso stereotipata ed esangue. La produzione cinematografica non risente di scosse generazionali e propone insieme a grandi vecchi come I Fratelli Taviani, Bertolucci e Marco Bellocchio, un generazione di mezzo assai importante, con Moretti, Salvatores, Tornatore e Amelio, Agosti, Avati; poi i molti giovani  fra cui Sorrentino, che è pur sempre il regista di Le conseguenze dell’amore e Il Divo, prove ben più convincenti dell’ultima premiata; ma anche Garrone, Comencini, Rubino, Ozpetek e altri: e ovviamente Virzì.

Il cinema italiano è assai premiato in tutte le rassegne più importante: da Berlino a Cannes a Venezia, mentre un discorso a parte va secondo me riservato all’Oscar.

Il cinema d’autore più premiato negli ultimi vent’anni in tutti i più importanti festival, tranne che negli Usa, è quello proveniente dalle cinematografie dei paesi extra occidentali, con l’esclusione dell’India, ma per scelta propria, perché gli indiani, che hanno la cinematografia industriale più grande del mondo dopo Hollywood, hanno deciso per il momenti di puntare sul mercato interno. Oppure provengono da nazioni occidentali, ma periferiche, con l’eccezione dell’Italia.

Dal greco Anghelopoulos al cinese Yan Gi Mou, all’iraniano Kiarostami, dai turchi Serif Gören e Ylmaz Günev, al montenegrino Manchevski, dal serbo Kusturica al finlandese Kaurismaki e georgiano Ioseliani, l’australiana Jane Campion, sono questi i grandi protagonisti. Uniche eccezioni, il britannico Ken Loach e gli italiani, appunto e forse qualcun altro che avrò dimenticato.

Gli statunitensi occupano il campo del prodotto industriale e lo esportano in tutto il mondo imponendo il doppiaggio nelle lingue dei paesi ospitanti mentre rifiutano il doppiaggio in inglese delle pellicole straniere. Il cinema d’autore statunitense non gode dei favori di Hollywood, tanto che Martin Scorsese, per fare un esempio, ha girato Gangs of New York a Cinecittà e non solo per un problema di costi, ma perché il soggetto del film era ritenuto troppo anti americano e quanto a Woody Allen, poi, il suo rifiuto di Hollywood è notorio.

Quando si tratta dell’Oscar, gli americani tendono a premiare i film che si sposano meglio con la fascia medio alta del loro prodotto industriale (Spielberg è un autore fondamentale per capire questo), oppure perché incarnano i loro miti e immaginari più amati e in questo l’Italia fa la parte del leone. Non è un caso che fra tutti gli autori citati in precedenza, solo l’australiana Jane Campion con Lezioni di piano (migliore sceneggiatura),  e Kusturica, che ebbe una nomina, si sono avvicinati l’Oscar.

Nel caso specifico de La grande bellezza, cosa c’era di meglio di una Roma bellissima, di un po’ di folklore mediterraneo e di decadenza imperiale, visti da lontano? Pochi altri film sono stati più ad hoc di questo per il pubblico americano. A parte Fellini e Antonioni che sono ben altro, anche i film di Benigni e Salvatores avevano altre valenze.

Mediterraneo, però, non è il miglior film di Salvatores, ma incarnava anch’esso molto bene l’immaginario che l’establishment culturale statunitense vuole veicolare dell’Italia, mentre La vita è bella fu premiato perché il tema della Shoah è nevralgico, senza dimenticare che Train de vie, che affronta le stesse problematiche, gli è a mio avviso superiore.

Tuttavia, lo splendido Cesare deve morire dei Taviani l’Oscar non lo ha visto neppure da lontano, così come Nanni Moretti; vedremo se il prossimo anno Il capitale umano sarà per gli americani degno di uno sguardo.

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