Fine anno

Jorge Luis Borges

Fine d’anno

Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo;
è lo stupore davanti al miracolo
che malgrado gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.

Riflessioni rapsodiche su Fisica quantistica per poeti

Il libro di Ledermann e Hill, edito da Bollati e Borginghieri, insieme a quelli di Rovelli, compreso l’ultimo appena uscito dal titolo Relatività generale, suscita interrogativi e riflessioni a vasto raggio. Sono gli scienziati stessi a non potere fare a meno di incursioni filosofiche, o che fuoriescono dal campo strettamente scientifico e questo è certamente un buon segno, sia per la divulgazione sia per le irriducibili domande di senso che le scienze suscitano. Nel caso specifico, poi, il titolo del libro, quanto mai evocativo, connette le infinite discussioni sulla meccanica quantistica e le sue diverse interpretazioni, addirittura al dettato poetico. Che la teoria sia, per via dei suoi paradossi, più adatta di altre a suscitare suggestioni analogiche con la poesia, è tutto da vedere: anche la relatività non scherza, se è per questo. Tuttavia, credo vada mantenuta una sana diffidenza di fronte a trasposizioni metaforiche troppo disinvolte.

La questione che il libro di Lederman e Hill affronta di petto è un’altra ed è la solita, di cui si discute da un secolo: l’interpretazione della meccanica quantistica da parte di Niels Bohr e della scuola di Copenhagen è l’ultima parola, oppure aveva ragione Einstein a ritirarsi in uno sdegnoso silenzio, tanto da suggerire ai giovani in un’intervista di quegli anni, di lasciar perdere la fisica e di dedicarsi a lavori utili come l’idraulico o l’elettricista? I due autori stanno dalla parte di Bohr e Copenhagen; tuttavia il testo dà voce ai dubbi – non proprio a tutti – cita anche piste di ricerca minoritarie, ma resistenti, che possono aprire ad altre ipotesi. Insomma, non proprio uno schieramento del tutto convinto, sebbene le alternative possibili siano spesso indicate piuttosto asetticamente, senza approfondirle. Lederman e Hill si tengono dunque prudentemente in una posizione che sembra defilata, visto il peso soverchiante del pensiero dominante; in altri momenti sembra quasi che la loro mano destra stia con Copenhagen e quella sinistra con tutti i dubbi possibili. 

Molte parti del libro, in capitoli diversi, sono dedicate al famoso EPR (Einstein, Podolskj, Rosen), cioè al tentativo da parte dei tre fisici di dar vita a un esperimento cruciale che potesse mettere in mora l’interpretazione statistica della meccanica quantistica. L’esperimento tuttavia è l’ennesimo circolo vizioso perché si presta anch’esso a interpretazioni diverse e quindi siamo daccapo.. Va pure riconosciuto che alcune alternative vennero alla luce più tardi e dal confronto con altre scienze, per esempio la biologia. Inoltre, il clima per Einstein era diventato avvelenato, fatto di colpi bassi e anche di meschinità: fu questo che spinse lo scienziato all’isolamento e lo si può comprendere.  Quali sono però i dubbi o le incongruenze cui il libro di Lederman e Hill in qualche modo dà voce? Li riassumo in una sequenza di affermazioni che sono disseminate in parti diverse del libro:

 … I dati sperimentali ci dicono che  la meccanica quantistica è valida e fondamentale per la comprensione  di fenomeni da 10 alla meno 9  a 10 alla meno 15 metri, …  pag. 33.

 … Cosa non va nella teoria di Newton? … Ci sono due ambiti in cui è non è più valida: quello delle altissime velocità, vicine a quella della luce e della minuscole dimensioni, la scala dell’atomo. In questo secondo caso la teoria che funziona è quella quantistica, …”pag. 51

Pag. 207: … Ovviamente qualche problema riusciva a penetrare la corazza che ci eravamo fati crescere attorno alle nostre intuizioni (per corazza si deve intendere proprio la scuola si Copenhagen come ultima parola ndr). Uno di questi era dato dalla natura degli strumenti di misura: non sono forse anch’essi fatti di atomi? … A quale livello inizia a manifestarsi la realtà classica? Cento atomi? Un milione? Le leggi quantistiche perdono di valore a livello macroscopico?”

Pag 230: …” ma la cosa ancor più sconcertante è che le strane leggi del micro mondo lasciano il posto alla vecchia fisica newtoniana quando la scala dimensionale cresce al livello di palle da tennis e dei pianeti:”

Se si prendono alla lettera queste affermazioni se ne deduce che esistono almeno due diverse fisiche a seconda delle dimensioni e lo sconcerto aumenta quando alla pagina 263 all’inizio del capitoletto intitolato 

E la gravità quantistica? si legge:

I primi seri tentativi da parte della fisica di mettere insieme meccanica quantistica e gravità risalgono agli anni cinquanta dello scorso secolo. Fin da subito ci si accorse che sarebbe stata molto dura … Una teoria quantistica della gravità sembrava non avere senso: tutto quello che si tentava di calcolare era infestato di infiniti, dunque inutilizzabili …

Come può essere l’ultima parola un’interpretazione che non è in grado di dissolvere tali dilemmi? La risposta di Bohr, che Ledermann e Hill riprendono senza commentarla, è che queste grandi domande sono inutili e non ha più senso porle: la meccanica quantistica funziona molto bene, anzi sarebbe la più accertata fra le teorie, per cui va accolta come un dato di fatto. Tali affermazioni suonano apodittiche e ne ricordano altre per assonanza.

I SEMINARI DEL THOR E ROVELLI

Nel lontano 1953 Martin Heidegger propose dei seminari che possiamo definire interdisciplinari, che si rivolgevano dunque a una platea di scienziati e intellettuali appartenenti a campi diversi.  L’iniziativa ebbe successo: durarono fino al 1969, ma continuarono anche dopo la morte del filosofo, avvenuta nel 1976. Per l’Italia, nel 1988, vi partecipò anche l’economista Claudio Napoleoni per esempio. Per oltre venti anni scienziati, filosofi ed epistemologi, si confrontarono intorno alle questioni della tecnica che come è noto occupa una larga parte dell’opera tarda di Heidegger. Fra gli altri Heisenberg diede il suo prestigioso avallo all’iniziativa. Gli intenti di quei seminari erano molteplici, ma uno sembra prevalente e cioè ripristinare una visione multidisciplinare delle scienze e allontanarsi dall’iper specializzazione che impedisce il dialogo fra scienze diverse. Proprio in un seminario del 1988, ripreso recentemente dall’economista Massimo Amato in un saggio dal titolo Napoleoni e Heidegger durante un convengo organizzato dall’istituto Gramsci, il filosofo Jean Beaufret così si espresse sulla fisica contemporanea: 

 … la fisica non finirà quando verrà risolto il problema ancora aperto dell’unificazione delle forze fondamentali (problema che non è stato ancora risolto neppure oggi ndr): essa è fin dall’inizio trascendentalmente finita, nel senso che essa progetta e proietta una possibilità della natura, e ciò facendo ne adombra un’altra.    

Quanto a Rovelli, nei suoi libri possiamo apprezzare un doppio registro: da un lato egli sottolinea l’importanza della meccanica quantistica e ne ricostruisce la storia, dall’altro ammonisce però il lettore su un fatto cruciale e cioè che chi pensa che nelle pieghe della teoria ci sia qualcosa che possa dire un parola definitiva sulla vita e su come nasce e si sviluppa, rimarrà deluso, perché non vi è nulla nella fisica quantistica che possa dire qualcosa sul vivente. In altro modo, è quanto affermano Lederman e Hill quando scrivono che la quantistica, da una certa dimensione in poi, che comprende il vivente e cioè anche noi, cede il passo alla fisica classica. Del resto, in più parti del libro i due autori parlano della quantistica come una fisica spettrale. Faccio allora la domanda dell’ingenuo: ma una fisica che non può dire nulla sul vivente a che cosa serve? O per meglio dire; di che cosa è al servizio?   

Conclusioni

Il titolo del libro è in buona parte fuorviante e probabilmente ha prevalso nella sua formulazione una scelta di tipo editoriale, estranea agli autori come spesso avviene per i titoli; una scelta volta a suscitare l’interesse del lettore. L’uso che si fa della poesia nel libro è quasi irrilevante, a volte incomprensibile, con l’unica eccezione del testo di Robert Frost. Inoltre, si tratta di citazioni troppo limitate nel numero, che alla fine non costituiscono né un controcanto, né un modo di impreziosire il testo con accostamenti analogici. Il tema poteva essere trattato in ben altro modo. Le suggestioni fra letteratura e scienza sono tutt’altro che peregrine e si prestano a esplorazioni diverse, che il libro ha in larga parte mancato.

Umberto Eco e Ida Magli

Premessa.

Questo testo è stato pubblicato sul sito della società di psicoanalisi critica, a ridosso della loro morte.  Lo ripropongo a pochi giorni dalle commemorazioni del primo, con pochi ritocchi.

Il destino, talvolta illuminante, ha posto queste due morti l’una accanto all’altra, ma ancora ad anni di distanza dall’evento, di Ida Magli non si è ricordato Non esito a dire che per me Magli è stata una maestra e lo è ancora; questo non mi impedisce di criticare le sue prese di posizioni sull’Islam, l’Europa, ma anche di riconoscere, nella sua esasperazione, la radice di alcune verità negate. Su questi aspetti del suo pensiero, tuttavia, credo sia meglio dedicare in futuro una riflessione specifica.

I DUE ECO.

Umberto Eco, in quanto semiologo, linguista e strutturalista, è stato un eminente studioso e accademico che ha portato nell’università italiana la tradizione europea che a partire da De Saussure e Wittgenstein, passando poi da  Levi Strauss, Jakobson e Barthes, ha fatto della scienza dei segni, della filosofia del linguaggio e dello strutturalismo un’importante segmento della cultura europea del ‘900, sebbene la sua personale propensione verso l’analisi strutturale risalisse alla Scolastica (dunque anche ad Aristotele) e alla tesi di laurea su Tommaso D’Aquino. Dalle testimonianze provenienti dall’ambito universitario, si comprende che era stimato da colleghi e studenti e che è stato dunque un bravo professore, di grande erudizione. 

Tuttavia, egli non è stato solo questo, ma, come hanno ripetuto fino alla nausea i servizi televisivi e giornalistici a ridosso della morte “Molto, ma molto di più”. È proprio su questo che è lecito avere dubbi, o quanto meno porre interrogativi e sollevare problemi: tanto più perché è questo secondo l’Umberto Eco che ha tenuto le scene, mentre i suoi lavori accademici o il suo ruolo di fondatore della facoltà di scienza della comunicazione sono scivolati da tempo in seconda linea, almeno per il grande pubblico. Anche nelle celebrazioni che nei giorni scorsi si sono tenute in altri paesi, per esempio alla tv tedesca che gli ha dedicato una serata sul canale Arte, di lui si è parlato solo in quanto autore di romanzi  gialli a sfondo storico. 

Eco, in quanto intellettuale di massa, che è cosa diversa dall’essere studioso della società e della cultura di massa, nasce con la pubblicazione de Il nome della rosa: siamo nel 1980. Cinque anni prima, nel 1975, si era chiusa la sua stagione più militante che lo aveva visto, sull’abbrivio dei movimenti intorno al ’68, collaboratore de Il Manifesto, – con lo pseudonimo di Dedalus – dopo un articolo assai duro su quello di Pasolini contro l’aborto, pubblicato sul Corriere della sera. Da quel momento in poi Eco, in perfetta consonanza con i tempi, approdò sia al pubblico televisivo, sia alla divulgazione. Nacquero così I diari minimi, le interviste impossibili, le Bustine di Minerva, le collaborazioni con riviste letterarie come Il cavallo di Troia, che riprendevano temi e modi che erano stati anche delle avanguardie del primo ‘900 e già ripresi dal Gruppo ’63, nel quale Eco aveva militato: la parodia, lo sberleffo, il pastiche, il gioco linguistico, la preminenza del significante sul significato. A tutto questo egli apportava in più la sua virtuosa abilità nel manipolare i segni e la scienza dei segni.

Negli anni precedenti il 1980, da intellettuale critico e di opposizione, si servì virtuosamente degli strumenti semiotici per smontare e anche demistificare le strutture della narrazione e togliere un po’ di ruggine all’accademia italiana ancora legata alla critica crociana. Tuttavia, con Il nome della Rosa, egli compì una vera e propria invasione di campo: usare gli stessi strumenti con cui aveva demistificato molta cultura sia alta sia bassa, per costruire un tipico prodotto di genere, cui solo l’autorevolezza ormai consolidata del suo nome poteva conferire un quid in più che non c’era. Il modello, in realtà, era molto antico – Conan Doyle e altri giallisti presenti nella sua personale biblioteca, su cui si è soffermato durante l’intervista alla tv tedesca; ma trasportando tutta la materia in un favoloso Medio Evo, la narrazione acquisiva una veste apparentemente nuova. L’esperimento riuscì talmente bene che diede il via ad altri analoghi, fino al Codice da Vinci di Dan Brown.

Gli anni ’80 e ’90 furono anche quelli del maggior trionfo dello strutturalismo applicato alla letteratura e in particolare alla narrativa. Erano gli anni in cui la lettura testuale si affermava anche nelle scuole come lo strumento principe per comprendere un testo, ma isolandolo dal suo contesto per coglierlo nella sua nuda essenza di materiale linguistico. Per ragioni biografiche mi trovavo negli stessi anni alle prese con due figli in età scolare che leggevano libri game, componevano in classe narrazioni di cui ciascuno scriveva un capitolo e un altro doveva continuare ecc. Persino in un gruppo di scrittura di cui facevo parte ci divertimmo per qualche tempo a farlo anche noi. Devo ammettere che ne fui affascinato, era stupefacente osservare come ragazzini e ragazzine di quell’età fossero capaci, sotto la guida di bravi insegnanti, di inventare trame e intrecci, personaggi e loro caratterizzazione. Insomma, lo strutturalismo era una macchina che funzionava davvero bene se utilizzando i suoi modelli, studenti delle medie potevano arrivare a tanto; a molto di più poteva arrivare un professore che la scienza dei segni e delle strutture la conosceva a fondo.

Fu proprio in quegli anni e precisamente nel 1985 che, anticipato dagli studi Cesare Segre, approdò in Italia l’analisi strutturalista che Roman Jakobson e Claude Levi-Strauss proposero del sonetto di Baudelaire Les Chats, disaggregandolo con l’abilità con cui un perito settòre seziona un cadavere sul tavolo anatomico.

Nei fui colpito sinistramente; poi mi allarmai di più quando vidi che la tecnica del libro game o altre molto simili entravano nelle scuole di scrittura e poi che cominciavano ad apparire romanzi che assomigliavano molto a esercizi scolastici. Eco ha anticipato tutto questo nel 1980; con lui il postmodernismo entrò a vele spiegate in Italia e lo strutturalismo, da strumento insieme ad altri per avvicinare un testo letterario divenne una macchinetta multiuso.

L’ANTROPOLOGIA AL CENTRO.

Ida Magli non ha goduto della medesima attenzione mediatica. Le ragioni sono tante e sarà sufficiente ricordare che oltre all’atavico ostracismo misogino della cultura media italiana per le donne intellettuali, Magli aveva due gravi difetti in più: l’essere politicamente molto scorretta, tanto da avere abbandonato il sacrario progressista di Repubblica per scrivere su quotidiani di destra e l’essere invisa a una discreta parte del femminismo, come i commenti comparsi in facebook nei giorni successivi la morte testimoniano.

Magli è stata ed è prima di tutto una grande antropologa che ha applicato il metodo della ricerca sul campo alla cultura occidentale (Viaggio intorno all’uomo bianco), andando alle radici più recenti e dominanti di questa cultura e cioè al cristianesimo e alla sua visione della donna, cui sono strettamente legati i modi di concepire la sessualità. Nel compiere questo passo, Magli non ha dimenticato in ogni momento che il linguaggio e l’immaginario sono sessuati e non neutri e che l’immagine femminile occidentale è una costruzione dello sguardo maschile, mediato in particolare dalla teologia che ha fornito immagini, lessico ed espressioni ritenute ovvie anche da chi credente non è.

Il centro di irradiazione del suo pensiero e delle sue opere è stato questo e anche le rare incursioni che si allontanavano un po’ da tale campo di ricerca, erano per lo più estemporanee, legate a fatti di attualità: mi riferisco in particolare al libro Alla scoperta di noi selvaggi, che era poi una raccolta di suoi articoli comparsi su Repubblica o altri periodici.

I suoi grandi libri sul Cristianesimo sono a mio giudizio le opere cui ci si deve in prima istanza rivolgere per comprendere il suo percorso e anche i suoi crucci più estremi. Ne scelgo tre, sebbene anche in altri compaia sempre prima o poi un riferimento a questo archetipo (l’uso di questo termine è mio) della cultura occidentale: Gesù di Nazareth, La Madonna e Storia laica delle donne religiose. Sono tre libri strettamente legati, dove l’antropologa si smarca dalle antinomie classiche con cui si è guardato alla figura di Cristo e di Maria di Nazareth (i primi due libri) e cioè tutto il dibattito fra credenti e non credenti sulla divinità o meno di Gesù e tutto quanto ne consegue, per leggere i testi evangelici e i pochi altri documenti dell’epoca, mettendo al centro usi costumi, mentalità e quindi contesto sociale, cultura profonda, quelle che Braudel chiamerebbe lunga durata, espressione che Magli stessa cita nella introduzione a La Madonna; sempre però a partire dal linguaggio concreto dei testi, in primis naturalmente, la Bibbia e i Vangeli. In sostanza, Magli prende alla lettera l’assunto – che è anche dei credenti – che tutte quelle figure storiche fossero veri uomini o donne e li situa nel loro contesto. L’analisi del testo evangelico da un punto di vista antropologico, apre le porte a un campo di ricerca vastissimo. Nel terzo libro, e anche nella biografia di Teresa di Lisieux, Magli affronta con lo stesso strumento la costruzione dell’immagine femminile a partire però dalle storie reali, dalle biografie delle donne santificate dalla Chiesa Cattolica o che hanno scelto, o cui più spesso è stato imposto, il monachesimo o addirittura – nel caso di Bernadette Soubirous o dei tre pastorelli di Fatima – una sofisticata e indotta forma di martirio.    

STORIA E MEMORIA.

Nelle ultime interviste rilasciate e riproposte nei giorni successivi la morte, Eco tornava sempre a un tema a lui caro, la memoria e ne sembrava un po’ più ossessionato del solito, forse perché nel suo ultimo romanzo, Numero zero, si occupa della recente storia d’Italia. 

Di memoria e strutture si è occupata anche Ida Magli, nessun antropologo ne può prescindere; ma è proprio la diversa e critica considerazione dello strutturalismo che le ha permesso di non essere imprigionata nelle gabbie di un angusto riduzionismo. La sua critica a Levi Strauss è a questo proposito molto importante.

E siamo con questo tornati a quello strumento così potente, il cui metodo permette di saltare sopra il tempo; anzi, di non tenerne conto per nulla. Così, per esempio, tale metodo si può applicare con la stessa efficacia all’analisi di un filastrocca come Ambarabà ciccì coccò tre civette sul comò, oppure alla Vispa Teresa e poi a un canto della Divina commedia. Lo strutturalismo però, in quanto metodo che tratta indifferentemente le strutture, non conosce la dimensione del tempo. Ma se l’oggetto analizzato è il testo letterario, oppure un reperto antropologico, la storia di un popolo o di una cultura, l’eliminazione del tempo rende tutto orizzontale, schiacciato su una sola dimensione e quindi senza tempo e per conseguenza senza memoria possibile. Le strutture diventano allora forme vuote di contenuto, pericolosamente buone per tutti gli usi. Non sarà proprio anche per questo che lo strutturalismo è stato uno degli agenti più o meno consapevoli delle eternizzazione del presente, tanto cara a chi pensa che la storia sia finita? Sarà un caso che nell’epoca in cui esiste un giorno della memoria praticamente per qualsiasi cosa, persino per le ferrovie dimenticate e abbandonate (cercare in rete se qualcuno non ci crede), abbiamo a che fare con una dilagante incapacità di massa, anche da parte di persone che dovrebbero essere colte, di collocare gli eventi storici nel tempo e nello spazio? Naturalmente le responsabilità di questa tragica deriva sono anche altre, ma questa non è trascurabile dal momento che molti formatori si sono formati proprio in quei due decenni in cui lo strutturalismo era sugli scudi.  

La dimensione del tempo e dello spazio occupato da una cultura, inoltre, è forse la sola in grado di indicare a una qualsiasi teoria o scienza, qual è il suo limite.

Nei libri di Ida Magli, l’analisi delle strutture non prescinde mai dal contesto e dalla loro origine: non vi è affermazione che non sia corredata da una rigorosa indagine sulle fonti e le loro contraddizioni. Anche nell’analizzare le permanenze e dunque la lunga durata, l’origine è sempre presente e dunque la storia. Questo permette a Magli delle incursioni rapide, limitate ma decisive, anche in campi come l’arte e la letteratura. È sua per esempio l’intuizione e poi la ricerca approfondita sulla dipendenza di tutto il linguaggio della courtoisie e quindi dell’amor cortese dall’elaborazione del culto mariano da parte dei Padri della Chiesa, così come sue sono le rapide ma profondissime analisi del soggetto pittorico più frequentato dalla pittura occidentale, la madonna con bambino; oppure sulla musica, come scrive nell’ultima parte del settimo capitolo de La Madonna, intitolato Il tempo interrogativo della musica.

Tuttavia, nel fare questo Magli non ha mai superato il limite. Faccio un solo esempio, ma che vale per tutti. Alla fine dell’analisi antropologica di Gesù di Nazareth, l’antropologa deve affrontare il momento topico della testimonianza sulla sua resurrezione. A quel punto lei registra ciò che viene detto e avviene senza alcun commento: su ciò l’antropologia non ha nulla da dire. Questa coscienza del limite rende ancor più grande quel libro e la sua autrice.

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